Il settore agricolo sta cambiando volto. Oltre a produrre cibo, le aziende agricole possono oggi diventare veri e propri produttori di energia rinnovabile. È questo il cuore del concetto di agroenergia, analizzato in un approfondimento a cura di Domenico Solano, divulgatore agricolo ARSAC Calabria.
L’idea non è nuova, ma lo scenario è cambiato. La crisi climatica e la necessità di ridurre la dipendenza energetica dall’estero spingono a guardare ai campi con occhi diversi. L’agroenergia non è più una semplice voce extra nel bilancio di un’azienda agricola, ma una filiera strutturata e competitiva.
Quali colture rendono di più dal punto di vista energetico?
Per capire quale coltura conviene scegliere, bisogna ragionare sul rendimento energetico netto, cioè quanta energia si ottiene sottraendo quella necessaria per produrla. E qui emerge una sorpresa per molti: le colture perenni lignocellulosiche, ovvero piante come la canna comune (Arundo donax) e il miscanto, battono nettamente le oleaginose tradizionali come colza e girasole.
Il motivo è semplice. Le piante perenni usano l’intera biomassa, fusti e foglie, non solo il seme. Una volta piantate, richiedono poche lavorazioni, meno pesticidi e acqua, e proteggono il suolo dall’erosione. Le oleaginose, invece, richiedono ogni anno arature profonde, concimazioni azotate importanti e processi di trasformazione energeticamente costosi.
Le rese nette per ettaro parlano chiaro:
- Canna comune: 8-15 TEP/ha/anno, con punte fino a 30 tonnellate di biomassa
- Miscanto: 8-12 TEP/ha/anno, ideale per le regioni del Nord
- Pioppo a rotazione breve: 6-9 TEP/ha/anno
- Cardo: 4-6 TEP/ha/anno, ottimo per terreni marginali e aree a rischio desertificazione
- Colza: 1,0-1,8 TEP/ha/anno
- Girasole: 0,8-1,5 TEP/ha/anno
Le due filiere rispondono comunque a esigenze diverse. Le oleaginose producono biodiesel, utile per i trasporti pesanti e le macchine agricole. Le lignocellulosiche producono energia termica ed elettrica, o bioetanolo di seconda generazione attraverso tecnologie di bioraffineria.
La sfida è anche politica
Perché l’agroenergia funzioni davvero, serve una pianificazione strategica che punti alle filiere locali corte, portando la trasformazione in energia vicino ai luoghi di raccolta della biomassa. Meno trasporto significa meno costi e meno emissioni. Serve anche valorizzare le specificità climatiche del territorio, puntando sulla canna comune al Sud e sul miscanto al Nord.
Solo con un dialogo concreto tra agricoltura, ricerca e tecnologia, l’agroenergia potrà diventare un pilastro dell’economia rurale italiana.
Fonte: https://www.arsacweb.it/agroenergia-il-nuovo-hub-di-interscambio-tra-territorio-e-centri-urbani/


