Lo “Sprigno” entra nel Registro Nazionale: salvata dall’estinzione un’antica uva lucana
Un vitigno antico, custodito per secoli dalle vigne di Ruoti, in Basilicata, ha ottenuto il riconoscimento ufficiale che meritava. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto del 19 maggio 2026, il vitigno storicamente conosciuto come “Asprinio di Ruoti” è stato iscritto al Registro Nazionale delle Varietà di Vite con il nome di “Sprigno”, al numero A59.
Un risultato che ha richiesto anni di lavoro e la collaborazione di più soggetti: il CREA-VE di Turi, ALSIA, il GAL Percorsi, il CNR di Tito e il Comune di Ruoti. Il percorso era partito nell’ambito del progetto regionale “Basivin_SUD” e si era consolidato nel 2015 con il progetto “Val.BasVit”, dedicato alla valorizzazione e al recupero della biodiversità vitivinicola lucana.
Una scoperta scientifica inattesa
Durante le indagini nel territorio di Ruoti, in contrada Molino Grosso, i ricercatori hanno individuato alcuni ceppi storici segnalati dai viticoltori locali. Le analisi del DNA condotte su una pianta ultra-sessantenne, situata a circa 700 metri di altitudine, hanno rivelato qualcosa di straordinario: il profilo genetico dello Sprigno è del tutto inedito e non corrisponde ad alcuna varietà presente nelle banche dati nazionali e internazionali. Non è riconducibile neppure all’“Asprinio bianco” già iscritto al Registro e storicamente legato al territorio casertano.
Il nome “Asprinio” indicava tradizionalmente uve accomunate dall’elevata acidità. Lungo la catena appenninica tra Irpinia e Basilicata, nel corso dell’Ottocento, il termine era diventato il nome di una varietà specifica, usata per bilanciare nei tagli le grandi uve rosse locali, a partire dall’Aglianico. L’iscrizione con il nome “Sprigno” restituisce a questa varietà una precisa identità scientifica e territoriale.
Le radici storiche
La Basilicata ha una vocazione vitivinicola che affonda le radici nell’epoca degli Enotri e dei Lucani, tra il X e il IX secolo a.C. Già nel 1811 la “Statistica del Regno di Napoli” censiva 154 denominazioni di vitigni nei soli comuni lucani. I primi studi sull’Asprinio di Ruoti risalgono agli inizi del Novecento, grazie al dottor Michele Carlucci, originario di Ruoti e allora direttore della Regia Scuola di Viticoltura ed Enologia di Avellino.
Cosa succede ora
Il direttore ALSIA Michele Blasi ha sottolineato che l’iscrizione è uno strumento concreto per contrastare l’erosione genetica e favorire produzioni ad alta identità territoriale. I prossimi passi riguardano la disponibilità di materiale certificato per i viticoltori, la valorizzazione delle produzioni locali e la promozione del vino lucano legata alla sua storia e alla sua biodiversità.


